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giovedì 14 giugno 2018

Pavia..."c'era"

Ci sono, a Pavia, dei siti speciali. Vie, piazze, luoghi che, ad entrarvi, conducono fuori dal presente, in un tempo sospeso, dove anche la qualità dell'aria è diversa, dove i rumori della città non arrivano, o giungono tanto lontani da non poter essere uditi; dove la luce, rastremata sopra alte mura, costretta da facciate e spigoli, costruisce geometrie lapidarie, improvvisa tuffi nell'ombra, scandisce percorsi e colori.
 Sono i luoghi della Pavia dei re, i cui passi ancora risuonano lungo le vie lastricate di ciottoli di fiume. Pavia  -Ticinum-  capitale del Regno dei Goti di Teodorico; Pavia che si arrende ad Alboino e per due secoli è dimora di una stirpe di re longobardi. Teodolinda, la pia, pregò sotto questo cielo. Liutprandio. Rotari. E poi Carlo Magno e l'impero carolingio. Poi il Barbarossa e gli imperatori tedeschi. I secoli galoppano. Le pagine di storia si rincorrono, si intrecciano. I nomi di vie e vicoli (degli Eruli, dei Goti, dei Longobardi, via Teodolinda, S. Ennodio, Stilicone...) scandiscono una ininterrotta sinfonia.
Quante anime ha Pavia? Di primo acchito si è tentati di rispondere: tante quante sono le pagine della sua storia. Poi, a camminarci con la fronte alta, guardando il cielo (che spesso -e più che mai nella città vecchia- è quel manzoniano "cielo di Lombardia") o scaldando gli occhi al rosso delle pietre, si capisce che Pavia ha una sola anima. Ed è quella, mai spenta, dell'antico villaggio edificato su una riva boscosa del Ticino. Lo si capisce nei pomeriggi di piena estate, quando il sole schiaffeggia le pietre attorno a San Michele e nell'aria immota, senza tempo, l'unico sonnolento riverbero di realtà è nel tubare sommesso dei colombi, in un repentino batter d'ali al nido. Mentre la calura piena batte anche l'ultimo muschio dei vicoli e arresta il tempo, insieme al respiro, colpisce l'acuto richiamo del fiume. Ineludibile amaro odore di marina, che ben avvertono i gabbiani che risalgono la corrente e nidificano presso le arcate del Ponte.
Pavia è tutta qui: fiume e pietre. E torri. Quelle torri che -cento- cantavano la gloria del Comune ghibellino. Ogni nuovo maschio nato, una torre. Torri snelle e invidiate. Ornamenti al cielo, ma anche, all'occorrenza, prigioni tristi o pericolosi baluardi. Ne sono rimaste poche. La più parte distrutte, o troncate per vendetta. Ma si può immaginarla, questa Pavia da vertigine, risalendo via Luigi Porta. Anche in giornate senza vento, qui c'è sempre, o quasi, un refolo bizzarro che azzarda mulinelli di foglie o piume. Cesare Angelini, quel gran vecchio che il vento lo portava con sé, bianco e nero, nei capelli e nella tonaca, amava percorrerla in modo da avvicinare, nella prospettiva, le due torri, sì che sembrassero sbarrare la via. E lui, pellegrino in Pavia, certamente aveva di che insegnare. Altrettanto bello è però arrestarsi, nel gioco fra le torri, un istante prima di averlo completato, quando a separarle rimane solo una lamina azzurra ed esse appaiono come una gigantesca porta (ironia dei nomi...) in procinto di spalancarsi. O di chiudersi per sempre.
Anima antica, quella di Pavia. Che canta con voci diverse secondo le stagioni. E se il sole ipnotico di piena estate è quello che meglio fa risuonare le pietre, la primavera, con l'alito lieve o con l'ostinato turbinio del vento che staglia le Alpi a corona, è la stagione che più di ogni altra glorifica i cortili, quando improvvisi, nascosti a sorpresa dietro cancelli silenziosi, spalancano alte magnolie. Talvolta stente, più spesso rigogliose. Tutte, come le  torri, in cerca di cielo.
C'è la Pavia della nebbia, che perde e smarrisce chi, non conoscendoli, s'avvita nei vicoli. C'è la Pavia dei passi secchi sul ghiaccio. E, bellissima, senza altra stagione se non quella degli astri, c'è la Pavia della luna piena che, lungi dal renderla spettrale, la trasforma nel palcoscenico di un'epopea.
C'era -purtroppo non c'è più- la Pavia del gorgoglio chiotto e suadente delle fontanelle, dove si beveva insieme ai colombi.
Quanti altri "c'era" diranno i nostri figli? Se non saranno le pietre a serbare lo spirito antico che da secoli aleggia in questa città di re...


Sul fondo di un cassetto ho ritrovato questo mio scritto. Risale, credo, ad una trentina d'anni fa. E' una lettera d'amore. La leggo e rileggo con grande tristezza.Oggi non avrei più le stesse parole: se cammino  per i vicoli che videro "stirpe di re" inciampo nel degrado, nell'incuria, in una negligenza arrogante e incivile.
Troppo presto è giunta l'ora dei "c'era"... Amata mia città, quanto malamente abbiamo custodito il tuo cuore...

lunedì 9 aprile 2018

Strati di realtà

Dietro l'altare la parete ha un tenue color ocra. Vi si riflettono i colori della vetrata di fronte, illuminata dal sole che sta scalando il cielo. Il pavimento è di marmo lucidato a specchio. E come uno specchio restituisce la gloria dei colori.
Improvvisa sulla parete, sul pavimento, trascorre un'ombra. Un uccello in volo. Fuori.
Quanta realtà è contenuta in quell'ombra?
Da quanti strati è composta la realtà?
Noi
in quale strato ci muoviamo?

Mentre osservo, i colori rapidamente si smorzano. Poi di nuovo si ravvivano. I contorni dei disegni della vetrata (che io non vedo) si fanno netti e perfettamente decifrabili. Finché tutto ancora si sfuma fino a diventare grigio. L'ombra, una nube sul sole. Ha ingoiato ogni colore.

Io non so se la mia vita, qui e ora, è sulla parete, o sul pavimento. Non so se sono un disegno sulla vetrata, o se sto volando fuori. In qualunque strato sia la mia vita all'interno della complessa, stupefacente danza che chiamiamo realtà, una cosa so per certo: per esistere ho bisogno della luce.
(25-5-2014)

domenica 8 aprile 2018

Buchi nel cuore

Tutti, abbiamo dei buchi nel cuore.
Sono le desolazioni lasciate dalle persone che non si lasciano incontrare.
Sono i sorrisi negati.
Sono quelle parole non dette che feriscono più dell'urlo, più del litigio, perché contengono una consapevole scelta di negazione.
"Tu per me non esisti".
Non è la morte, che ci graffia il cuore e lo lascia vuoto. No. La morte di chi abbiamo amato continua a riempirci di amore. Amore dolente, certo. Nutrito di lacrime e di memoria, di nostalgia e di rimpianti. Ma anche di gratitudine: io sono. Qui. Ora. Sono così perché anche tu con il  tuo amore mi hai forgiata.
Ogni persona che amiamo, costruisce un pezzo di noi.
Ogni persona che si lascia incontrare, costruisce un pezzo di noi. Ci si plasma a vicenda sotto lo stesso cielo. In attesa della stessa luce. Noi stessi spicchi di luce per il mondo quando lo percorriamo aperti all'abbraccio, all'ascolto, al sorriso.
Tutti abbiamo dei buchi nel cuore. Ma non dobbiamo temerli. Non esiste vuoto tanto grande da divorare chi si lascia incontrare dall'amore.

giovedì 15 giugno 2017

Buon compleanno

Non ci saranno candeline da spegnere oggi, Tiziano.
Sessantasette.
In lettere sembrano di più. Forse lo scherzo sarebbe stato proprio una torta grande abbastanza da contenerle tutte. Una fiamma per ogni anno della tua vita. Avresti soffiato ridendo.
Scommetto che avresti avuto in braccio Alessandro. Scommetto che sarebbero state del tipo che più soffi, più si riaccendono scoppiettando. Scommetto che tutti avremmo soffiato e soffiato. E soffiato.
C'è da ammattire a spegnerle... figuriamoci 67...

No.
Non dirò "e invece".
Non voglio.

15 novembre 2016 - 15 giugno 2017... Sette mesi esatti.

Siamo creature misere, entro i nostri confini...
Per non smarrirci abbiamo bisogno di computare.
Anni. Mesi. Giorni.
Contiamo per non perderci nell'eternità. Come ciechi, cerchiamo pareti per non precipitare.

Numeri. Alcuni hanno un significato misterioso. Continuano a presentarsi nelle nostre storie come un richiamo. Pietre d'inciampo, o forse limiti di contrassegno. I paracarri delle tappe che ci cambiano.
Vite come microuniversi. Saldamente fragili.

Chiudo gli occhi e la vedo, la nostra vita. L'abbiamo giocata insieme. Siamo stati fragili e saldi. La nostra vittoria: le nostre mani che non hanno mai smesso di cercarsi.
Non ho potuto trattenerti.
Non ho potuto accompagnarti, lì dove sei.
Per la prima volta, dal nostro "noi", te ne sei andato senza di me.
Chiudo gli occhi.
Mi perdo.
Il tuo azzurro è lì. Lo vedo nella luce.
Così vicino.
Così lontano.
Così dentro di me.

Non ho più bisogno di numeri. La luce li cancella. Li assorbe. Mi chiama.

Amore mio, non so quando verrò. Ma so che verrò. E sarà la luce a guidarmi.
Tieni alta la fiamma.

Anna


mercoledì 7 maggio 2014

Lettera a Michel

Non ti chiedo "perché".
In molti te lo chiederanno tra quelli che ti amano.
In molti, si interrogheranno. E qualcuno si sentirà chiamato a dare risposte.
Io non ti chiedo perché.
Di te so pochissimo . Un nome: Michel
L'età : 16 anni.
Studente al secondo anno delle Superiori.
Un fratello, non so se più piccolo o più grande, ma che importa?
Una famiglia più che "normale", con un padre docente universitario e una madre insegnante di religione. Casa in una delle zone "meglio abitate" appena fuori città.
La conosco, sai Michel ? la tua zona. Conosco la chiesa. Ho presente i boschetti appena dietro, l'argine alto a tratti scosceso, a tratti digradante verso il fiume.
Non riesco però ad immaginare il tuo albero.
Non riesco a vederlo.
Non "voglio" vederlo.
Ti vedrei lì appeso a dondolare sopra il tuo zaino di studente; sopra alla bicicletta nera appena comperata.Ti vedrei in un turbine di "manine", avvolto di lanugine come in un sudario.
Un bosco che piange.
E' un niente quello che so di te. Ma mi deflagra dentro con il fragore di un tuono. Mi devasta con la potenza di un colpo a bruciapelo.
Ti sei appeso ad un ramo e ti sei ucciso. Hai detto che andavi al fiume a studiare storia. Che bello, poter studiare in mezzo al canto degli uccelli in amore, nel verde che esplode di primavera col sottofondo quieto dell'acqua che scorre.
Ma nello zaino non avevi i libri.
Sei uscito già sapendo che non avresti studiato.
Ma com'è stato Michel? Mentre camminavi verso il bosco pensavi a come ti saresti appeso? Ti sei chiesto se avresti sentito male? Chi volevi punire? A chi hai pensato con il tuo ultimo respiro?
Non ti chiedo perché. Il tuo zaino vuoto incenerisce ogni richiesta di spiegazioni.
Resto attonita in contemplazione di un mistero. Quello più grande, che ci affratella tutti, noi creature insipienti sull'orlo di un abisso universale.
La vita.
La morte.
Facce dello stesso mistero.
Tutti dobbiamo spendere questa moneta.
Piccolo Michel. Voglio bene al tuo cuore che ha tremato di fronte al mistero. Vedo le tue paure. Avessi incontrato qualcuno, sulla strada del bosco. Qualcuno che ti dicesse:"Anch'io ho paura. Anch'io vedo la sofferenza attorno a me. Anch'io so che il mondo è un luogo di dolore. Anch'io sono stato umiliato. Anch'io ho creduto di non essere amato. Ma guarda Michel. Guarda questo bosco. Ascolta la vita. Ascolta il cuore che batte dentro di te. Sei giovane come questo verde. Tu sei una speranza".
............
Chissà.
Forse il tuo cammino è rimasto solitario.
O forse hai chiuso le orecchie a chi ti parlava di speranza. A chi ti raccontava la vita.
Piccolo Michel.
Trabocco d'amore per te. Non posso farti domande. Posso solo amarti. E rivolgerti una preghiera.
Ora che hai capito, ora che le tue paure sono svanite, ora che sei parte compiuta del mistero, ti prego, da madre, non abbandonare la tua famiglia.
Ora che la tua anima è libera sii il suo sostegno. Stai vicino a loro. Li hai precipitati in una prova grande. 
Aiutali a vedere come non si muore.


martedì 18 giugno 2013

Bussate e vi sarà aperto

Quand'ero bambina, ovunque si andasse, a qualunque ora del giorno, se c'era una chiesa la si trovava aperta. In ogni momento si poteva entrare "a fare una visitina al Signore".
Ricordo ancora certi pomeriggi estivi, quando il caldo arroventava il respiro. Si varcava la soglia ed era come entrare in un altro mondo. Penombra. Silenzio. Frescura. Un vago sentore dolce, in cui si mescolavano profumi di fiori e d'incenso e della cera che si scioglieva davanti agli altari. Il tubare dei colombi, sul sagrato, sembrava così lontano e ovattato da rendere ancora più percettibile e definito l'ingresso nella dimensione dello spirito.
Forse proprio in quelle stringhe di silenzio all'interno del quotidiano rumore, ho imparato bisbigliando, piccolissima, a parlare con Dio.
La Sua porta davvero era sempre aperta.
Crescevo e in quei sacri spazi di silenzio ascoltavo l'anima, placavo ogni ansia, centuplicavo le gioie.
Durante tutta la mia vita ho continuato a desiderare di riprendere fiato dal mondo così, in una chiesa deserta. Sempre più spesso però mi è capitato -mi capita- di trovare la porta chiusa.
Ed ogni volta che mi succede è una piccola fitta di delusione. Mi sento non accolta, dunque in qualche misura punita. Triste. Sempre. Come se mi si stesse negando il riposo del cuore.
Lo so. Non è il riparo di un tempio (non solo) che permette all'anima di mostrarsi, così fragile, spesso impaurita o dubbiosa.
Lo so. La strada che conduce a Dio non passa (non solo) da una chiesa sempre aperta. Lo so.
E so anche che essere "tempio di Dio" non pone le chiese, ogni chiesa, anche la più sperduta, al riparo da furti, razzie e vandalismi. Giorni grami quelli in cui si rubano le statuine dei presepi o i vasi di fiori davanti agli altari ... e non si capisce bene dove finiscano, questi fiori sottratti alla devozione..(...sottratti a volte anche ai defunti nei cimiteri...).
Eppure...quanto è bello. Quanto commuove. Quanto è salutare "bussare" e trovare aperto. La chiesa spalancata è una casa. Il Signore è  il Padre. E la casa del padre non è mai chiusa.
Qualche giorno fa avevo un appuntamento in centro città a metà mattina. Ero in anticipo ed ho deciso di provare a vedere se il Duomo era aperto.
Non solo l'ho trovato aperto. L'ho trovato glorioso. Di luce. Di chiarore. Splendido nell'elevazione delle colonne in fuga verso l'alto. L'occhio della cupola brillante. Piene di sole le navate. Dalle panche davanti ad un altare laterale veniva un sommesso rosario. Un brusio lieve che leggero si scioglieva negli spazi del tempio diffondendovisi come una nube. Le parole dell'Avemaria si fondevano nella luce, con la luce, diventavano aria e salivano.  Lo Spirito era lì. Tangibile.
Guardavo verso l'alto, verso quel ritrovato, magnifico splendore e piangevo. Di gioia credo. Di stupore, anche. E di gratitudine.
 Avevo bussato ed avevo trovato aperto.

venerdì 7 giugno 2013

Forse. Chissà.

Lei sembra un elfo. Cammina lieve seguendo le note di una melodia inudibile ai mortali. Dolcemente avanza su un cuscino di fiori che solo lei può vedere. La pelle bianca splende di luna anche sotto il sole spietato del mezzodì. La bocca rossa, grande, conserva un ricordo di fragole e fiabe. Gli occhi? Non so. Non puoi cercare gli occhi degli elfi. Ma i capelli... Ah! quei capelli! Un'aureola. No: uno scudo. Anzi, una corona. Vivi. Folti. Immensi attorno al viso minuscolo. Brillano. Attraggono e rimandano la luce tutto attorno. La figura, esile, magra ai limiti dell'immaginabile, scompare.
E' un elfo di bocca e capelli e luce di luna.
E poi c'è lui. Che l'adora dall'alto. Così grosso e potente si curva. La tiene. Le prende la  mano. La vuol riparare. Schermarne la luce. Per trattenerla vicina alla dea.
Chissà.
Finché ci sarà quella luce di capelli di luna, la morte non oserà spingere ancora. Ha già morso, affamata. Ma ora...
Forse sosterà ancora un poco in attesa. Forse vorrà ascoltare le fiabe di una bocca di fragola.
Forse.
Chissà.

lunedì 11 febbraio 2013

Il coraggio del Papa

Mia madre ha l'Alzheimer.
Anni fa, all'inizio della malattia, si rese conto che la sua memoria non era più il congegno mirabilmente preciso a cui era abituata.
Il suo  primo atto fu quello di procurarsi un posto al cimitero.
Subito dopo si occupò della sua situazione patrimoniale girando a noi figli ogni gestione.
Mia madre era allora ben lontana dagli ottanta anni.
Oggi  un Papa quasi novantenne lascia il suo ministero dichiarandosi inadeguato. Inabile a continuare la sua missione.
La notizia è da libri di storia.
Il mondo attonito commenta.
Tra poco si faranno paragoni con il suo predecessore, commovente nella sua sfida agli anni e alle malattie.
Anch'io desidero lasciare qui una riflessione.
Io credo fortemente allo Spirito Santo.
Credo che ci sia una "necessità" in ciò che accade, soprattutto nei grandi eventi, che spesso ci sfugge,ma che è sempre ispirata e informata dallo Spirito.
Sono sicura che accanto al Papa abdicante, oggi ha spirato lo stesso Vento che ha sorretto Papa Giovanni Paolo II, quello stesso che agitava le pagine sacre posate sulla bara, nel giorno del suo funerale.
Il mondo gira sempre più veloce.
Il dialogo tra le religioni e le Chiese è un tassello di grande importanza negli equilibri del pianeta.
Il soglio di Pietro è sempre più universale.
In televisione ho sentito il commento di una persona incredula :"I padri non possono abdicare alla paternità".
Avrei voluto urlarle:"Non sentirti abbandonata. Sentiti grata":
Io ringrazio Papa Benedetto.
Lo ringrazio per la lucidità.
Per l'umiltà.
Per l'onestà.
Per il coraggio.
Per la grande lezione che sta dando a tutti noi.

sabato 26 gennaio 2013

Il vecchio signore

E' un signore attempato. Difficile dargli un'età. Tutto bianco, di quel  bianco denso e  luminoso dei biondi. Ogni giorno, accompagnato, fa una passeggiata in campagna. Il passo è spesso incerto. Malferma l'andatura. A volte zoppica e si ferma incapace di proseguire. Allora bisogna attendere che il dolore, quel dolore che da anni lo perseguita, nei piedi, tra le dita che arrivano a sanguinare, passi. Almeno un  poco.
Talvolta,in certe mattine luminose, si rianima, come se l'aria chiara, non importa di quale stagione, gli restituisse baldanza e vigore.
Allora il passo s'accende, la pappagorgia tremula ondeggia sotto il mento levato alto. Il vecchio signore trotterella veloce e respira a pieni polmoni la luce. Si guarda intorno. Sembra si espanda ad ogni respiro, mentre l'espressione si fa via via  fanciullesca. Va avanti. Non vuol tornare. Andrebbe ancora e ancora, sempre avanti. Diventa difficile trattenerlo.
Poi, al ritorno, paga il passato ardimento nel ritrovato dolore dei passi grevi.
In casa  si butta di schianto sui cuscini del riposo.
Non muove più un muscolo. Solo gli occhi, scuri, dolci, attenti, continuano a seguire i gesti di chi lo accudisce.
Alla fine il sonno lo vince. Il sogno lo conquista rapido. Mugola, borbotta, agita scomposto le membra. Se lo svegli ti guarda stranito: non sa più chi sei. Non sa più chi è.
Chissà cosa sognava, lui che proviene da una schiatta indomita avvezza ai rigori polari, alle banchise, all'acqua gelida. Lui non ha mai amato l'acqua. Nemmeno quella tiepida delle piscine. Nel suo passato in molti hanno tentato : " Prova! " gli dicevano blandendolo. Macché. Fiato sprecato. Lui è sempre rimasto fisso nel suo ostinato rifiuto, a dispetto degli antenati. Forse colpa di un lontano incidente: quand'era piccolo correva lungo un fosso, quando all'improvviso la riva scivolosa lo aveva fatto precipitare nell'acqua.
Era stato un piccolo precipizio per una piccola quantità d'acqua.
Lo spavento tuttavia era stato enorme. Paralizzante. Per qualche minuto era restato coi piedi a mollo in quella ridicola pozza, tremante, stravolto, incapace di qualsiasi movimento e sordo ad ogni incoraggiamento.
Avevano dovuto trarlo a forza dal fango e da allora: mai più. Acqua, mai più. E ridessero pure gli eroi di famiglia, salvatori di annegandi.
Gli eroismi non hanno mai fatto parte dei tuoi orizzonti, caro il mio vecchio signore, che non sopporti neanche una pioggerella estiva,che anche una brezza leggera ti mette in allarme.
A te piace startene pacifico in casa,in famiglia. Ti piace avere persone da amare.
Questa sarebbe la medaglia giusta per te: quella dell'amore.
E' così bello guardarti , vecchio dolce signore. Nio.  "Nio!"
"NIO!"
Devo urlare per farmi sentire. Sei diventato sordo, caro il mio cagnone.
Hai ancora la faccia del cucciolo, ma fatichi ad alzarti. Vorresti lasciarti travolgere dal gioco, ma non sempre ce la fai. E quando dormi e io ti chiamo e tardi a rispondermi, ho paura.
Non voglio pensarci.
Non voglio pensarci, ma verrà il giorno che ti chiameremo e non risponderai.

lunedì 12 dicembre 2011

Trucchi e inganni .. a volontà

Voglio fare soltanto propositi che si possano mantenere entro un massimo di otto ore.
E poi li ripeterò e li ripeterò e li ripeterò e li ripeterò.
Di otto ore in otto ore.

giovedì 27 gennaio 2011

L'eroismo della vita normale

Mi hanno chiesto di partecipare alla settimana per la riaffermazione dei diritti e della dignità delle donne. Una delle proposte della campagna era quella di adottare, sul proprio profilo facebook, l'immagine di una donna famosa.
Io non ho aderito.
Avrei potuto accogliere l'invito, inserendo come avatar la foto di mia madre, una donna forte, che ha lottato tutta la vita lavorando con impegno, duramente, senza mai cedere a compromessi. Una donna che ha tirato su due figli da sola, aiutata soltanto dalla volontà. La sua fiducia  nel Padreterno era sconfinata, ma uno dei proverbi che ci ripeteva più spesso era: "Aiutati che il Ciel t'aiuta". Non ha mai cercato scorciatoie. Aveva chiari obiettivi  -crescere decorosamente i suoi figli tirando la fine del mese-  e li perseguiva restando salda sulla strada maestra.
Avrei potuto mettere l'immagine di Claudia, che ci ha lasciati anzitempo, dopo avere sostenuto un estenuante corpo a corpo con i germogli maligni che la divoravano. Fin dall'inizio questa donna straordinaria ha dato un nome al suo male; lo ha affrontato a viso aperto giorno dopo giorno. Mai ha mistificato le  parole . Mai ha nascosto il proprio corpo, neanche quando il male lo aveva trasformato in una veste deformata. Irriconoscibile.
Avrei potuto mettere la fotografia di  Lilian, che per due anni ha combattuto strenuamente con e per il figlio adolescente, colpito da leucemia fulminante.Oggi sono giunti al traguardo dello "stop-terapia". Ma io so quanto è costato arrivarci. Ansie, sofferenze, sacrifici. Sempre nascosti dal sorriso,sempre tenuti dentro, che non venisse mai meno il coraggio a lui, il figlio malato. Ce l'hanno fatta insieme. Madre e figlio. Forza e amore.
Mia madre. Claudia. Lilian.
Non sono donne famose.
Sono donne qualunque.
Donne combattenti. Forti. Determinate .
Donne come se ne possono incontrare ogni giorno, vivendo una vita normale.
 E' questo che voglio sottolineare non aderendo alla campagna che mi hanno proposto.
L'eroismo della normale vita quotidiana. Fatta di lavoro. Bollette da pagare. Figli che si ammalano. Fatta anche di svaghi, talvolta, quando c'è tempo.
Ma fatta soprattutto della coscienza dei propri doveri e delle proprie responsabilità.
E allora. Lascerò la mia foto.
Non ho bisogno di mettermi all'ombra di una "donna famosa" per affermare diritti e dignità.
Non voglio.
Voglio essere io, con il mio nome e con la mia faccia , ad andare avanti nella vita.
Voglio guardare i problemi a viso aperto.
Voglio dare un nome anche alle cose che fanno male.
L'ho sempre fatto e continuerò a farlo. Ruggendo e pregando. Tra sorrisi e lacrime. Senza sconti. Sorretta dall'amore.

martedì 14 dicembre 2010

Infanzia sfregiata

Oggi al supermercato sono stata testimone di una scena che mi ha annichilita.
Giovane madre con figlia di circa sei anni. Entrambe vestite in stile "grintoso dozzinale"
da mercatino rionale; la figlia come se avesse dieci anni di più, la madre come se ne avesse dieci di meno.
La figlia voleva qualcosa (non ho capito cosa) al che la madre ha cominciato ad assalirla a denti stretti :"Smettila di rompermi il cazzo.Tu mi rompi il cazzo tutto il giorno. Ti ho già detto di no. Sei una stronza rompiballe. Non vedi che sono tutte stronzate?"
La bambina mi occhieggiava a capo chino tentando un minuscolo sorriso.
Ho letto sul suo viso la vergogna per lei, ma soprattutto per quella madre che la vita le ha imposto. Ho capito che guardandomi a quel modo stava tentando di minimizzare, anche se non poteva nascondere il rossore . Leggero, appena accennato, ma inequivocabile.
Mi guardava e batteva le ciglia, quasi per ammansirmi.
Non voleva che giudicassi.
Non ho giudicato te, povera bimba.
E non ho giudicato neanche tua madre.
Chissà da dove viene , anche lei.
Mi sono solo sentita affogare nella tristezza.
Non ho provato rabbia se non dopo, ripensandoci.
Dovevo intervenire? Dire qualcosa?
Chi potrà aiutare la madre e la figlia?
Ma se nemmeno io ho fatto nulla...
Ho assistito ad una violenza e non ho mosso un dito.
Colpi di forbici tagliuzzavano i petali di una rosa.
Ed io, a guardare...

venerdì 8 ottobre 2010

Perdersi

Perdersi sulla strada del ritorno a casa, in un giorno qualunque di inizio autunno. Sbagli una direzione. O forse ti è solo "sembrato" di sbagliare direzione. E all'improvviso ti trovi in un mondo sconosciuto. La strada corre. TU devi correre accanto ad altre automobili di sconosciuti, che guidano ignari di te, tranquilli verso una meta nota.
Non puoi fermarti. Non puoi tornare indietro. La direzione sbagliata non può essere modificata, ripensata, anche solo un attimo soppesata.
Enormi palazzi sembrano piegarsi sopra di te. Tutti uguali. Monocromatici. Già visti, nel tuo mondo, ma qui appartenenti ad un altrove alieno.
La gola si stringe. La testa si svuota. Presto farà buio. Non si vedranno  le indicazioni stradali. Forse finirà la benzina. Il cellulare sta per scaricarsi.
Panico.
No. Stiamo calmi. Ecco. Ora si può svoltare.
E invece ti riavviti  nelle anse serpentine di un centro commerciale scaturito da un sogno malvagio, pensato per risucchiarti e trattenerti fino allo sfinimento.Fino a farti dubitare di avere perduto ogni barlume di intelligenza.
Alla fine ne esci. Ma non per tua scelta. E' stato lui, il CENTRO COMMERCIALE ad espellerti.
E infatti ti ritrovi, come acqua sporca, ad andare verso uno sconosciuto depuratore.
La tua strada non è certo da questa parte. Ma almeno, ora puoi fermarti. Respirare.
Respirare a fondo, ecco cosa devi fare. Chiudere gli occhi un momento. Rilassarti. Respirare.
Inspiro. Espiro. Inspiro . Espiro.
Riapri gli occhi ed ecco che in un punto dell'orizzonte alieno compare una sorta di antenna/minareto che ti sembra di poter associare ad un percorso noto.
Dunque il maleficio del CENTRO COMMERCIALE non è stato assoluto. Hai uno spiraglio. Ti ci infili.
...La strada che ti sembrava quella buona , d'un tratto non è più una strada cittadina. Pare inoltrarsi nei campi.
Via! Tornare subito indietro. Non allontanarti ancora di più.  Non permettere al panico di ripresentarsi.
Dov'è il minareto? I cani trovano le piste naso a terra. Tu, naso in aria.
Sei di nuovo in città nel paesaggio dei grigi. Hai visto un cartello: Milano.
Dio benedica il cartello. Tu stavi USCENDO da Milano, quando è cominciato quest'incubo. Ma non importa.
Torni volentieri all'ingresso della città. Poi ti potrai fermare. Finalmente. Finalmente consultare la tua cartina.Finalmente le strade avranno un nome. Delle persone che ci camminano.
Curiosamente il grande viale veloce dove ti stanno costringendo a correre, sembra un clone di quello che avevi percorso in uscita. Quello dove a un certo punto avevi sbagliato.
Come in un sogno dove non riconosci i luoghi, tutto ti appare uguale a qualcosa di già visto. Eppure irremediabilmente diverso. Il pensiero è di quelli che mettono ansia: non sai dove sei.
Ma ancora per poco. Milano è Milano. Ci sei andata e tornata in automobile per una vita.
Infatti.
All'improvviso, così, proprio d'un tratto, riconosci il viale. Non era un clone. Era proprio lui.
Una stanza al buio. Era stato fino a un attimo fa, una stanza al buio. D'un tratto qualcuno ha acceso la luce e tu l'hai riconosciuta.
Che sollievo. Che paura. Che rabbia.Ma come è potuto succedere.
Ora ti fermi. Telefoni. Ridi (" Ma pensa cosa mi è capitato..."). Un po' ti vergogni. Rimetti in moto. Fai inversione. E ti rimetti sul viale che per anni ti ha riportata sulla strada di casa.
Veloci. Veloci. Veloci.
Tutti hanno voglia di casa.
......................................
Non ci posso credere.
Hai sbagliato di nuovo.
Nello stesso punto di prima.
Ora però riesci ad evitare di avvitarti all'interno del Malefico.
Torni subito sul viale...direzione Milano.
E' un incubo. Una puntata di "Ai confini della realtà" dove la protagonista si perde per sempre in un'altra dimensione e continua a girare in tondo, in luoghi sempre più deserti e senza vita.
Ti sembra che i colori stiano lasciando i luoghi che attraversi.
Stai precipitando in un mondo in bianco e nero.
Di nuovo il panico. La paura che ti aliena l'orizzonte. Un sentimento di estraniamento. Di solitudine. Di impossibilità a modificare quel che sta accadendo. Una frustrazione gelida ti annichilisce.
............
BASTA!
Stringi i denti.
Senti come scricchiolano?
E' reale , no?
E dunque.
Sai che A SINISTRA di questa strada ce n'è un'altra che può riportarti a casa. Devi solo aspettare di poter svoltare.
Ecco. Il prossimo semaforo ha il segnale di freccia a sinistra. VAI!!!
Di colpo si scioglie il grumo sassoso che ti stava opprimendo il petto .
Fermati. Lascia attraversare questa mamma con la carrozzina.
C'è vita, finalmente. Ci sono persone. Ci sono COLORI!
Sai che la strada è quella giusta. Ma ugualmente accosti accanto ad un passante. Gli chiedi l'informazione soltanto per il gusto di sentirti dire che: "Certo, per di qua. E ci arriva dritta". Ed è una voce vera. I COLORI sono veri. Ci sono alberi. Giardini. Negozi. Bambini che giocano.
Tu, ti senti come una bimba sperduta. Come la bambina che amava Tom Gordon. E quanto in gamba è stata, ad uscire da quella immane foresta.
Tu, bimba sperduta, hai dubitato di farcela.
Tu non avevi un Tom Gordon, ma nemmeno ti eri persa nella più grande foresta d'America.
Ora puoi sorridere.
Potrai raccontarla come fosse un aneddoto. Una storiella divertente.
Rideranno della tua disattenzione. Forse a Natale qualcuno ti regalerà quell'oggetto che detesti: il navigatore.
Ma tu saprai sempre.
Nel tuo ricordo non riderai dell'incubo in bianco e nero in cui avevi smarrito la strada della tua casa.