lunedì 27 gennaio 2014

Dimmi com'è stata la prima volta con Fabrizio

Ho risposto "No, grazie. Preferisco di no".
Era il 1990. Lunedì di Pasqua. L'automobile correva sull'autostrada verso il mare. Andavamo a prenotare la casa delle vacanze. Mio marito guidava prudente, sotto i limiti di velocità, ma sciolto e sicuro come sempre. Sul sedile posteriore i bambini: la grande, gioiosa per la gita e per il nono compleanno ormai imminente, e il piccolo, sul seggiolino di sicurezza, curioso di quel "mare" che non ricordava di avere mai visto.
In macchina l'autoradio era al palo. Cantava De Andrè e "noi donne" cantavamo con lui. Il mare era sempre più vicino, una galleria dopo l'altra. Monotone. Indistinguibili.
Ma "quella", la ricordo ancora. Per qualche anno ho continuato a rammentarne anche il nome; stravagante, come spesso è il nome delle gallerie autostradali. Spalancava la bocca larga nella giornata luminosa. Si apriva innocente, ma subito dopo, a tradimento, curvava a sinistra. E qualcuno, cento metri avanti, l'aveva pagata: davanti a noi un incidente appena accaduto ci sbarrava completamente la strada. Ricordo, fulminante, la sensazione di pericolo pericolo PERICOLO. Ricordo la frustata di impotenza. Tutti i sensi protesi allo spasimo. Stiamo andando lanciati a schiantarci ("...sparagli Piero sparagli ora...") non c'è spazio di frenata ("...e dopo un colpo sparagli ancora...") quelli dietro ci verranno addosso ("...fino a che non lo vedrai esangue...") ("...cadere a terra...")... Signore proteggici.
Mi ero girata verso i miei figli, in tempo per vedere la mia bimba di neanche nove anni che si buttava con tutto il suo corpo sul fratellino per fargli scudo.
Poi lo schianto. Uno solo. E mentre Piero finiva di morire di maggio, noi ci contavamo soltanto qualche ammaccatura.
Qualcuno davvero ci aveva salvati tutti.
Subito dopo c'era stato il carro attrezzi. L'officina sotto l'autostrada. Un tremito incontrollabile. E per ore, di tanto in tanto, altre frenate stridenti, altri botti e sirene per altre disperazioni nella stessa maledetta galleria.
Ecco perché ho risposto "no grazie". Il mio primo incontro con De Andrè? Non lo ricordo. Mentre è ancora ben vivo, istante per istante, quell'incidente sulle note della morte di Piero. Per molto tempo non avevo più potuto ascoltare neanche una parola di quella canzone. Dunque? Mi spiace. Preferisco non scrivere niente.
Tuttavia la domanda sul "primo incontro" continua a ronzarmi nella testa.
Quasi inavvertitamente ritrovo una dodicenne alla sua prima vera gita scolastica. Gita grande, a Roma. Due pullman, forse anche tre, non ricordo. Sul mio ci si sgola con la ballata di Marinella...una torma di ragazzine cantano commosse con le lacrime agli occhi per un destino triste. E si sentono un poco più grandi.
E poi ancora... vacanze in montagna. Gli anni sono sedici. La canzone, il Pescatore. La canto e soprattutto la fischio con convinzione. Indosso jeans, camicia militare, scarpacce da tennis. La camicia è aderente. Da uomo. Uscita chissà da dove. Elimina ogni parvenza di seno. Io peggioro la situazione calzando fino agli occhi un berrettone con visiera...
Ci penso. Ricordo. Sorrido intenerita. Quanti anni. Quante me. E' vero. De Andrè ha siglato un evento che per un soffio non è stato fatale per me e per le persone che amo. Però mi ha accompagnata lungo tutta l'adolescenza, la giovinezza, la piena maturità, in una ininterrotta serie di "primi incontri". L'ho cantato mentre ero allegra e mentre ero triste, con il ricordo di una paura e con la nostalgia della spensieratezza.
Ed è giusto così.
Io non sono un drago in musica. Conosco poco. Eppure so a memoria note e parole di De Andrè. Me ne rendo conto ora.
Ed è giusto così. Perché lui ha cantato...canta...la vita vera di persone vere. La vita di tutti noi, che arranchiamo giorno dopo giorno nel fango di miserie e debolezze, spesso senza un lieto fine. Lui, il Faber, ci mostra i nostri peccati. Ma ci indica anche la via luminosa della poesia. E la certezza che anche "...dal letame nascono i fior".

martedì 18 giugno 2013

Bussate e vi sarà aperto

Quand'ero bambina, ovunque si andasse, a qualunque ora del giorno, se c'era una chiesa la si trovava aperta. In ogni momento si poteva entrare "a fare una visitina al Signore".
Ricordo ancora certi pomeriggi estivi, quando il caldo arroventava il respiro. Si varcava la soglia ed era come entrare in un altro mondo. Penombra. Silenzio. Frescura. Un vago sentore dolce, in cui si mescolavano profumi di fiori e d'incenso e della cera che si scioglieva davanti agli altari. Il tubare dei colombi, sul sagrato, sembrava così lontano e ovattato da rendere ancora più percettibile e definito l'ingresso nella dimensione dello spirito.
Forse proprio in quelle stringhe di silenzio all'interno del quotidiano rumore, ho imparato bisbigliando, piccolissima, a parlare con Dio.
La Sua porta davvero era sempre aperta.
Crescevo e in quei sacri spazi di silenzio ascoltavo l'anima, placavo ogni ansia, centuplicavo le gioie.
Durante tutta la mia vita ho continuato a desiderare di riprendere fiato dal mondo così, in una chiesa deserta. Sempre più spesso però mi è capitato -mi capita- di trovare la porta chiusa.
Ed ogni volta che mi succede è una piccola fitta di delusione. Mi sento non accolta, dunque in qualche misura punita. Triste. Sempre. Come se mi si stesse negando il riposo del cuore.
Lo so. Non è il riparo di un tempio (non solo) che permette all'anima di mostrarsi, così fragile, spesso impaurita o dubbiosa.
Lo so. La strada che conduce a Dio non passa (non solo) da una chiesa sempre aperta. Lo so.
E so anche che essere "tempio di Dio" non pone le chiese, ogni chiesa, anche la più sperduta, al riparo da furti, razzie e vandalismi. Giorni grami quelli in cui si rubano le statuine dei presepi o i vasi di fiori davanti agli altari ... e non si capisce bene dove finiscano, questi fiori sottratti alla devozione..(...sottratti a volte anche ai defunti nei cimiteri...).
Eppure...quanto è bello. Quanto commuove. Quanto è salutare "bussare" e trovare aperto. La chiesa spalancata è una casa. Il Signore è  il Padre. E la casa del padre non è mai chiusa.
Qualche giorno fa avevo un appuntamento in centro città a metà mattina. Ero in anticipo ed ho deciso di provare a vedere se il Duomo era aperto.
Non solo l'ho trovato aperto. L'ho trovato glorioso. Di luce. Di chiarore. Splendido nell'elevazione delle colonne in fuga verso l'alto. L'occhio della cupola brillante. Piene di sole le navate. Dalle panche davanti ad un altare laterale veniva un sommesso rosario. Un brusio lieve che leggero si scioglieva negli spazi del tempio diffondendovisi come una nube. Le parole dell'Avemaria si fondevano nella luce, con la luce, diventavano aria e salivano.  Lo Spirito era lì. Tangibile.
Guardavo verso l'alto, verso quel ritrovato, magnifico splendore e piangevo. Di gioia credo. Di stupore, anche. E di gratitudine.
 Avevo bussato ed avevo trovato aperto.

venerdì 7 giugno 2013

Forse. Chissà.

Lei sembra un elfo. Cammina lieve seguendo le note di una melodia inudibile ai mortali. Dolcemente avanza su un cuscino di fiori che solo lei può vedere. La pelle bianca splende di luna anche sotto il sole spietato del mezzodì. La bocca rossa, grande, conserva un ricordo di fragole e fiabe. Gli occhi? Non so. Non puoi cercare gli occhi degli elfi. Ma i capelli... Ah! quei capelli! Un'aureola. No: uno scudo. Anzi, una corona. Vivi. Folti. Immensi attorno al viso minuscolo. Brillano. Attraggono e rimandano la luce tutto attorno. La figura, esile, magra ai limiti dell'immaginabile, scompare.
E' un elfo di bocca e capelli e luce di luna.
E poi c'è lui. Che l'adora dall'alto. Così grosso e potente si curva. La tiene. Le prende la  mano. La vuol riparare. Schermarne la luce. Per trattenerla vicina alla dea.
Chissà.
Finché ci sarà quella luce di capelli di luna, la morte non oserà spingere ancora. Ha già morso, affamata. Ma ora...
Forse sosterà ancora un poco in attesa. Forse vorrà ascoltare le fiabe di una bocca di fragola.
Forse.
Chissà.

lunedì 11 febbraio 2013

Il coraggio del Papa

Mia madre ha l'Alzheimer.
Anni fa, all'inizio della malattia, si rese conto che la sua memoria non era più il congegno mirabilmente preciso a cui era abituata.
Il suo  primo atto fu quello di procurarsi un posto al cimitero.
Subito dopo si occupò della sua situazione patrimoniale girando a noi figli ogni gestione.
Mia madre era allora ben lontana dagli ottanta anni.
Oggi  un Papa quasi novantenne lascia il suo ministero dichiarandosi inadeguato. Inabile a continuare la sua missione.
La notizia è da libri di storia.
Il mondo attonito commenta.
Tra poco si faranno paragoni con il suo predecessore, commovente nella sua sfida agli anni e alle malattie.
Anch'io desidero lasciare qui una riflessione.
Io credo fortemente allo Spirito Santo.
Credo che ci sia una "necessità" in ciò che accade, soprattutto nei grandi eventi, che spesso ci sfugge,ma che è sempre ispirata e informata dallo Spirito.
Sono sicura che accanto al Papa abdicante, oggi ha spirato lo stesso Vento che ha sorretto Papa Giovanni Paolo II, quello stesso che agitava le pagine sacre posate sulla bara, nel giorno del suo funerale.
Il mondo gira sempre più veloce.
Il dialogo tra le religioni e le Chiese è un tassello di grande importanza negli equilibri del pianeta.
Il soglio di Pietro è sempre più universale.
In televisione ho sentito il commento di una persona incredula :"I padri non possono abdicare alla paternità".
Avrei voluto urlarle:"Non sentirti abbandonata. Sentiti grata":
Io ringrazio Papa Benedetto.
Lo ringrazio per la lucidità.
Per l'umiltà.
Per l'onestà.
Per il coraggio.
Per la grande lezione che sta dando a tutti noi.

sabato 26 gennaio 2013

Il vecchio signore

E' un signore attempato. Difficile dargli un'età. Tutto bianco, di quel  bianco denso e  luminoso dei biondi. Ogni giorno, accompagnato, fa una passeggiata in campagna. Il passo è spesso incerto. Malferma l'andatura. A volte zoppica e si ferma incapace di proseguire. Allora bisogna attendere che il dolore, quel dolore che da anni lo perseguita, nei piedi, tra le dita che arrivano a sanguinare, passi. Almeno un  poco.
Talvolta,in certe mattine luminose, si rianima, come se l'aria chiara, non importa di quale stagione, gli restituisse baldanza e vigore.
Allora il passo s'accende, la pappagorgia tremula ondeggia sotto il mento levato alto. Il vecchio signore trotterella veloce e respira a pieni polmoni la luce. Si guarda intorno. Sembra si espanda ad ogni respiro, mentre l'espressione si fa via via  fanciullesca. Va avanti. Non vuol tornare. Andrebbe ancora e ancora, sempre avanti. Diventa difficile trattenerlo.
Poi, al ritorno, paga il passato ardimento nel ritrovato dolore dei passi grevi.
In casa  si butta di schianto sui cuscini del riposo.
Non muove più un muscolo. Solo gli occhi, scuri, dolci, attenti, continuano a seguire i gesti di chi lo accudisce.
Alla fine il sonno lo vince. Il sogno lo conquista rapido. Mugola, borbotta, agita scomposto le membra. Se lo svegli ti guarda stranito: non sa più chi sei. Non sa più chi è.
Chissà cosa sognava, lui che proviene da una schiatta indomita avvezza ai rigori polari, alle banchise, all'acqua gelida. Lui non ha mai amato l'acqua. Nemmeno quella tiepida delle piscine. Nel suo passato in molti hanno tentato : " Prova! " gli dicevano blandendolo. Macché. Fiato sprecato. Lui è sempre rimasto fisso nel suo ostinato rifiuto, a dispetto degli antenati. Forse colpa di un lontano incidente: quand'era piccolo correva lungo un fosso, quando all'improvviso la riva scivolosa lo aveva fatto precipitare nell'acqua.
Era stato un piccolo precipizio per una piccola quantità d'acqua.
Lo spavento tuttavia era stato enorme. Paralizzante. Per qualche minuto era restato coi piedi a mollo in quella ridicola pozza, tremante, stravolto, incapace di qualsiasi movimento e sordo ad ogni incoraggiamento.
Avevano dovuto trarlo a forza dal fango e da allora: mai più. Acqua, mai più. E ridessero pure gli eroi di famiglia, salvatori di annegandi.
Gli eroismi non hanno mai fatto parte dei tuoi orizzonti, caro il mio vecchio signore, che non sopporti neanche una pioggerella estiva,che anche una brezza leggera ti mette in allarme.
A te piace startene pacifico in casa,in famiglia. Ti piace avere persone da amare.
Questa sarebbe la medaglia giusta per te: quella dell'amore.
E' così bello guardarti , vecchio dolce signore. Nio.  "Nio!"
"NIO!"
Devo urlare per farmi sentire. Sei diventato sordo, caro il mio cagnone.
Hai ancora la faccia del cucciolo, ma fatichi ad alzarti. Vorresti lasciarti travolgere dal gioco, ma non sempre ce la fai. E quando dormi e io ti chiamo e tardi a rispondermi, ho paura.
Non voglio pensarci.
Non voglio pensarci, ma verrà il giorno che ti chiameremo e non risponderai.

domenica 13 gennaio 2013

"All'intingolo elegante" (Esercizio per nd-nt)

Se condendo l'insalata
tu v'intingi anche le dita
noi non siam certo contenti
d'infilarla sotto ai denti.
Non abbiamo l'intenzione
d'introdurre un contenzioso,
ma guardandoti le dita
non possiam che rinunciare
quell'indivia ad ingoiare.
Dici ora ch'eri attento
a scrutare il firmamento
ché del mondo sei viandante,
che indicibile è l'incanto,
tanto, intatto, ti fa intento.
Ma, mio caro viaggiatore,
qui, con noi, tu sei un trattore:
hai aperto il "Ristorante
dell'intingolo elegante",
ma se poi non te ne intendi
ed in terra non discendi,
se non fai le pulizie
e non dai più garanzie,
tutti quanti gli avventori
se ne scapperanno fuori,
mentre tu starai badando
al tuo celestial cimento.
Quindi, se non cambi il vento,
se non muti intendimento,
dovrai vendere all'incanto
a dei veri intenditori,
dedicandoti alle stelle,
pure pentole e padelle.



C'è una talpa sul divano

E' successo un fatto strano:
c'è una talpa sul divano.
Non si sa da dove viene
e nemmeno dove andrà.
Forse intanto è necessario
preparare il calendario
per segnare giorno a giorno
la durata del soggiorno.
Poi, starà solo a dormire
o si tratterrà a mangiare?
Sarà solo colazione
o completa, 'sta pensione?
Mentre penso, mi lambicco
le preparo un bel cacciucco
e l'annoto sul datario
grande quanto un dromedario,
che le talpe, ben si sa,
non ci vedon da qui a là:
nella lista delle spese
il cacciucco livornese
sarà il primo da pagare
se da me vuole restare
e il divano vuole usare!

mercoledì 2 gennaio 2013

Oggi ho apportato alcune modifiche al blog con l'intento di rendere più piacevole, rapido e, perché no? utile, visitarlo.
 In particolare vorrei segnalare l'aggiunta della voce "contenuti" che offre una suddivisione per argomenti di ciascun post pubblicato.
Mi piace scrivere cose diverse: dalle poesie e riflessioni "serie", alle filastrocche per bambini...grandi e piccoli, agli esercizi di dizione. Fino ad oggi ogni scritto seguiva il precedente senza soluzione di continuità indipendentemente dal contenuto. L'attribuzione delle etichette vi consentirà di leggere tutto e solo quello che vi può interessare.
Alcuni post hanno più etichette proprio per facilitare ricerca e lettura.
Spero di avere davvero migliorato qualcosa.
Le statistiche relative al numero di visitatori mi incoraggiano a continuare.
Mi piacerebbe avere qualche commento in più. Vedremo.

A tutti:
un sereno prossimo anno

lunedì 31 dicembre 2012

Rimesto le lenticchie.
Sorveglio il cotechino e lo zampone che stanno sobbollendo in due pentole diverse.
Nel frigorifero è già pronto un panettone gastronomico che ho farcito di mare.
E all'improvviso mi blocco e mi si stringe il cuore.
Mi assale la mente il viso di quella barbona, mesi fa, Milano zona Duomo. Un mucchio di stracci. Uno spicchio di pelle come legno o cuoio vecchio. Un polso secco e annerito come un ramo dopo un incendio. Un mondo. Tutto sotto quegli stracci. Mi ci trovo dentro. A guardare lì fuori. O a non guardare, tanto lo so cosa c'è: pesci in un acquario. Certi del pasto. Certi dell'acqua.
Mi trovo a pensare un dolore troppo grande per essere raccontato. Figli perduti. E con loro le radici. Il passato e il futuro.
Rimesto le lenticchie.
Fra qualche ora brinderò a un nuovo anno.
Ma a QUALE anno?
A un altro anno di bombe davanti ai panifici?
Di patrie negate?
Di occhi e pance larghi di fame?
Nel nuovo anno una signora, ex moglie di ex, potrà contare su 3 milioni al mese. Quante pance riempirebbe tutto quel denaro?
E quante ne riempirebbero le mie lenticchie?
L'enormità dell'ingiustizia che divide il mondo come un tragico spartiacque, mi toglie il respiro.
Brinderò.
Pensando ad Alessandro.
Che avrà due anni nel 2013.
Brinderò. E pregherò che lui, e Azzurra, e tutti i bimbi appena nati o ancora da nascere siano migliori di noi.
Qualcuno, migliore di noi, dovrà pur riuscire a rinnovare questo mondo  che marcisce nelle diversità...

domenica 16 dicembre 2012

Ma tu guarda! Una farfalla!

Ma tu guarda! Una farfalla!
E' marrone, rossa e gialla.
Io leggevo, qui in soggiorno
quando lei mi vola intorno
poi si posa sul giornale
e leggera batte l'ale
con un movimento lieve
silenzioso come neve.
Sembra un palpito, un sospiro.
Io gli accordo il mio respiro.
Temo quasi che il mio cuore
possa far troppo rumore.
Anche il tempo si è fermato:
par sospeso, senza fiato;
tanta grazia lo ha affatato,
nella stanza imprigionato.
Poi una lamina di sole
la cattura sopra al foglio.
Sembra dire che la vuole
irretire in un barbaglio.
E' un pulviscolo di luce
che alle fate ti conduce.
E' la strada delle stelle,
già tracciata alle farfalle.
E in un attimo è sparita,
come brezza tra le dita.

Io non so com'era entrata,
non ho visto com'è uscita.
So però che c'è qualcosa
che di lei rimane in casa:
è quel senso di magia
che travolge e porta via,
la bellezza che si compie
e la vita ti riempie.
E' la traccia del sorriso
ch'è rimasta sul mio viso.

sabato 15 dicembre 2012

Filastrocca matta

Voglio farmi un cappello di cipolle.
Voglio le rosse le bianche e le bionde.
Lo voglio fare intessuto di fiori,
che abbia almeno duecento colori.
Copio un modello del secolo scorso,
ci metto un disegno fuori concorso,
una veletta con due coccinelle
che m'alzino gli occhi verso le stelle.
Voglio un cappello che sia un carnevale
da poter mettere in giorno feriale
per poter ridere e far l'occhiolino
perfino a te che non sei più un bambino.

venerdì 7 dicembre 2012

Il giaguaro innamorato/ Esercizio di dizione per g

Te lo giuro. Al tuo giaguaro
non ho tolto io il guinzaglio.
E non farmi quello sguardo,
quel cipiglio d'ammiraglio.
Ieri sera con i guanti
proprio come fosse un figlio
l'ho lasciato al suo giaciglio
quieto quieto sul guanciale
con la lingua in mezzo ai denti
senza ira, senza voglia.
Poi l'ho chiuso nel serraglio,
ho dormito sulla soglia
manco fosse un generale:
Tutta notte a far la guardia,
fermo e zitto, zitto in veglia
non ho mosso mai una foglia.
Or si scopre che al mattino
più non c'era il tuo felino
e mi vieni a contestare
che l'avrei lasciato andare,
che non l'ho legato ammodo,
che gli ho dato solo brodo
e per fame s'è involato...
ecco, giusto con le ali
lui può avere disertato
superando i confinari.
Oh perbacco! Che intuizione!
Certo è qua la soluzione.
Ti ricordi la coguara
che incontrammo a Lendinara?
Fa' uno sforzo di memoria
ed avrai tutta la storia.
Di sicuro quella micia
gli ha già tolto la camicia
ed al tuo caro animale
tutto il cuore ha messo l'ale:
per raggiungere l'amata
ieri ha preso la volata.
Ora sai cosa ti dico,
ragionandone da amico?
Tu prepara nuove paglie
e raduna vettovaglie:
presto il nostro innamorato
tornerà su questo prato
e vedrai che parapiglia,
sarà tutta una squadriglia!
Ci vorrà del buon liquore
per brindare a quell'amore,
tutta intera una bottiglia
che festeggi la famiglia.

mercoledì 5 dicembre 2012

Filastrocca del cero (esercizio di dizione per ci/ce)

C'era una volta un cero
che incontrò un cerino.
Saccente, il piccolino,
si mise a criticare:
"Non hai una bella cera.
Ti serve del cerone
o forse una ceretta...
almeno un po' di cipria
per lucidarti il naso".
Il cero cincischiava.
Pensava al suo cerume
e a tutto quel ciarpame.
Non era un civettone,
le cose civettuole
non erano il suo pane.
Eppure traccheggiava:
celiava, quel citrullo
d'un piccolo cerino?
O invece gli diceva
certezze a cento e mille?
Cianciando lo circuiva
oppur lo incoraggiava?
Infine sconcertato
ma pure incapricciato
decise per l'incerto:
avrebbe ben rischiato
per diventar più bello.
Così Messer Cerino,
campione di cervello,
distesa una cerata,
saltò in cima a Sòr Cero,
gli accese le speranze
con una gran fiammata.
Ci fu un cerchio di luce.
Il cero s'incendiò.
La cera eccome c'era!
Colando dal faccione
scendeva sulla pancia.
Ce n'era tale e tanta
che un cesto se ne fece.
Perfino il ciel taceva
insieme con le cince.
I sorci stupefatti
cercavano cerotti.
Ma ormai a ceci e noci
a catinelle e fiotti
la cera si perdeva.
Del sogno di Sòr Cero,
ucciso da un cerino,
restò solo la cenere,
come la pece, nera.

lunedì 26 novembre 2012

Esercizio filastrocca per s/r

Lo strazio mi strugge,
mi strangola e stinge.
Se poi fai la sfinge,
stremata stramazzo.
Non faccio schiamazzo,
ma tu m'hai strappato
speranza e pazienza.
Di ogni illusione
ormai sono senza.
Son stanca e disfatta,
son spenta e distrutta,
costretta da schiava,
mi spolpi la vita.
Mi sento allo sbando,
stornata dal mondo.
Non so se saperti
sull'uscio a spiare
mi faccia stupire
o più imbestialire.
T'avevo sposato
sognandoti sole,
mi trovo uno sfatto
cui mancan le suole.
Qui altro che stelle,
ci son solo stalle
un misero usbergo
s'un mucchio di sterco.
Ebbene ora stammi
silente a sentire:
dei tuoi stratagemmi
son stufa, son stanca.
Non ho un soldo in banca,
son senza vestiti,
spariti i bijoux.
Non so dove andare
ma qui a sfacchinare
non resterò più.
Finisce la storia,
ci metto lo stop,
la pagina strappo.
E scappo. Oh se scappo!
Sbagliato una volta
si cambia stazione.
E tanti saluti.
Ti lascio, cialtrone!

mercoledì 21 novembre 2012

Esercizi di dizione 13 - per "nt"

Intanto intento tendo
cento intatte tende intonse,
restando attento
all'intendente tonto
che tondo e tentennante
attenta a tanto intento
stringendosi tra i denti
un dito intinto in Dante.

sabato 17 novembre 2012

Filastrocca del sole

Guardo il sole e non capisco:
chi lo accende questo disco?
Come brilla quella luce
che si spegne poi la sera?
E perché nella tempesta,
quando piove e tuona in testa,
mentre servon cose chiare,
lui, di colpo, ecco, scompare?
M'hanno detto che nel sole
arde un fuoco che non muore.
Chi lo dice dirà il vero,
pure resta un gran mistero.
Un mistero a tutto tondo
grande com'è grande il mondo.
Questo fuoco appeso in cielo
che scompare dietro a un velo
poi riappare e ti riscalda,
ti consola, ti rinsalda,
ti conferma che sei vivo.
E' il compagno del tuo giorno,
la promessa di un ritorno;
la certezza del chiarore
che non fa tremare il cuore.
Le domande sono tante,
ma non è così importante:
quella fiamma benedetta
fa l'umanità protetta.

mercoledì 14 novembre 2012

Filastrocca per "gl" (Autunno)

Se scagli una foglia
e il vento la piglia,
l'imbriglia, l'imbroglia,
ti sembra che voglia
spogliarne il colore,
vagliarne l'umore
per toglierle il cuore.
E' un gioco d'artigli
che paion ventagli;
li credi sbadigli,
ma sbagli, t'abbagli:
un ruglio improvviso
ti taglia il respiro,
la foglia s'impiglia
nei rami del tiglio,
poi con un bisbiglio
e un lieve cipiglio
s'increspa e attorciglia,
s'incaglia più in basso
aggroviglia laggiù.
E' figlia d'autunno.
Vicina alla soglia
della vita che fu.

martedì 13 novembre 2012

Filastrocca- Cè una tortora sul tetto

C'è una tortora sul tetto
e una trota dentro al piatto.
Se la torta è  nel laghetto
quasi quasi ci scommetto
che un bambino s'è distratto.
Stamattina la matita
gli è balzata tra le dita:
ha spedito la crostata
a sbafarsi una nuotata.
Che matita dispettosa!
La maestra non capisce
ed il bimbo ora ammonisce
chè la trota e non la torta
deve stare dentro al lago.
E' così bimbo mio caro:
una fetta di crostata
non la puoi fare nuotare
e se proprio vuoi provare
devi darle una barchetta
che la porti in mezzo al mare.

domenica 11 novembre 2012

Esercizi di dizione 12 - per "imp"

Impazienza,
imperizia,
imprevidenza,
implicano improvvisi impicci,
imprese imprecise,
imperfezioni
e imbarazzi.
Implicitamente:
imbecillità.